Caterina Amendola e Comics&Science: la ricerca diventa fumetto

Hai collaborato alla nuova edizione di Comics&Science. Com’è nata questa collaborazione e come si è sviluppato il lavoro?

La collaborazione è nata nell’ambito del progetto I-PHOQS. Il gruppo di ricerca che si occupava della comunicazione scientifica stava cercando persone che potessero contribuire alla realizzazione di un fumetto capace di raccontare le diverse aree della fisica coinvolte nel progetto. Appena ho saputo dell’iniziativa, mi ci sono lanciata a capofitto!

Ognuno di noi ha portato un pezzo del proprio ambito di ricerca, cercando insieme un modo per trasformarlo in una storia accessibile e coinvolgente. È stato anche un bellissimo esercizio di collaborazione: una sorta di teambuilding, ma con fotoni, idee e fumetti.

Era la tua prima esperienza nella scrittura di un fumetto? Com’è stato confrontarsi con un linguaggio così diverso da quello della ricerca scientifica?

Sì, era la prima volta che mi cimentavo nella scrittura di un fumetto. Avevo già avuto esperienze di divulgazione, per esempio con laboratori nelle scuole e attività rivolte a bambini e ragazzi sotto i tredici anni, durante iniziative come il Festival dell’Ingegneria o la Giornata Internazionale della Luce.

Scrivere una storia, però, è qualcosa di molto diverso.

Bisogna semplificare il linguaggio senza banalizzare, lasciare spazio alla fantasia senza permetterle di prendere il sopravvento e, soprattutto, evitare imprecisioni scientifiche. È stato impegnativo, ma anche molto divertente: ti costringe a guardare ciò che studi ogni giorno da una prospettiva completamente nuova.

Conoscevi già il progetto Comics&Science? Cosa ti ha colpito di questo modo di raccontare la scienza?

Conoscevo qualche edizione (come quella scritta da Zerocalcare). Come dicevo anche prima, trovo che questo modo di raccontare ciò che facciamo nei laboratori sia molto complesso, ma al tempo stesso rende ancora più magico quello che avviene all’interno dei laboratori. Trasforma la scienza in avventura, e rende le sfide quotidiane qualcosa di quasi poetico.

Caterina Amendola, ricercatrice del Dipartimento di Fisica

Protagonista della tua storia è Lumi, un fotone che intraprende un viaggio nel cervello. Com’è nata l’idea di questo personaggio e del racconto che lo accompagna?

L’idea di Lumi nasce da un concetto centrale del nostro lavoro: misuriamo fotoni singoli che, dopo aver attraversato i tessuti, raggiungono il rivelatore in tempi diversi. Non possiamo seguire direttamente il percorso di ciascun fotone, ma analizzando statisticamente i loro tempi di arrivo possiamo ricavare informazioni su ciò che è avvenuto durante la propagazione della luce nei tessuti.

Lumi rappresenta quindi il viaggio della luce nel cervello: un percorso continuamente modificato da fenomeni come assorbimento e scattering, cioè deviazioni causate dalle interazioni con le strutture biologiche. Attraverso la sua avventura abbiamo cercato di raccontare in modo semplice come le proprietà ottiche dei tessuti influenzino il cammino dei fotoni e permettano, alla fine, di ottenere informazioni sul cervello.

Per immaginare questa storia mi hanno guidata i pomeriggi trascorsi da bambina con il mio migliore amico Enrico, oggi fumettista, quando inventavamo viaggi avventurosi tra fiumi, salite ripidissime e ostacoli improbabili.

Copertina del fumetto Comics&Science, edizione 2026

Secondo te il fumetto può essere uno strumento efficace per avvicinare il pubblico, soprattutto i più giovani, alla ricerca scientifica?

Sicuramente sì. Per molte persone il fumetto può essere un linguaggio più immediato, coinvolgente e meno intimidatorio rispetto a un articolo o a una lezione tradizionale. Può incuriosire, far nascere domande e magari spingere qualcuno ad approfondire.

E non vale solo per i bambini: anche gli adulti possono lasciarsi sorprendere da una storia ben raccontata.

C’è un aspetto della storia o del personaggio di Lumi a cui sei particolarmente legata?

La cosa che mi è piaciuta di più è stata riuscire a trasformare l’assorbimento, che dal punto di vista scientifico rappresenta la “perdita” di un fotone, in qualcosa di bello e poetico.

Normalmente l’assorbimento viene immaginato come qualcosa che risucchia o fa scomparire la luce. Nella storia, invece, diventa un gesto di amore e di affetto: una conclusione dolce, quasi un lieto fine.

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